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Capitolo 3
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Le umane risposte
Canto di un italiano che si è perso nel suo padiglione
Capitolo 3: Le umane risposte

Canto di un italiano che si è perso nel suo padiglione

Cammino fra le pietre di questa terra incapace di farsi leggere, o come vorrei si facesse leggere. Come vorrei che la geografia fosse davvero una grafia. Che il mondo fosse davvero come un libro

Gianluigi Ricuperati

Mi sono perso nella notte delle comete; ma non sono comete vere e proprie, sono comete guidate dalla nostra mano. Mi sono perso in una terra con troppe dimensioni, un paesaggio sventrato e incenerito da specchi ustori. L’Italia è diventata nella notte in cui mi sono perso un’installazione geografica.

Ero innamorato di una donna e mi sono perso da qualche parte. Mi sono perso da qualche parte e la sola cosa che ricordo è la consistenza sensibile del pH della sua pelle, il preciso assalto alle papille e alle narici, tutto.

Leggevamo Machado, sognavamo le colline e l’asta visuale che separa il Delirio di un cavaliere dalla Spagna. Leggevamo i pensieri di Leopardi, che definisce quasi tutti come briganti. Leggevamo di James Ballard e della guerra sino-giapponese, oppure di James Salter e della guerra in Corea, solo alcune delle tante guerre che ci avevano piantato chiodi nel cervello. Camminavamo in una landa che sembrava un cervello cosparso di chiodi.

Quando dico che mi sono perso, non intendo usare una metafora. È tutto fisico. Letterale. Strano che per indicare quando sia vero qualcosa, si usi l’aggettivo «letterale». Come se il corpo delle cose fosse fatto di lettere, e avvicinarsi davvero a toccarlo significasse sfiorare il profilo straniero di una serie di segni. E comunque non smetto di domandarmi: che cosa è successo prima di arrivare qui? Perché non riesco a ricordare il percorso, cosa ho fatto, chi sono. Proprio in virtù di una semplice constatazione: deve essere successo qualcosa. Prima. Non ho l’età per ammalarmi di queste cose. Ho 44 anni.

All’improvviso ricordo numeri di telefono, e lo faccio con precisione micrometrica. 0177 33. 21. 50.

Il numero apparteneva al mio miglior amico di quando avevo vent’anni. Si chiamava Filippo.

D’incanto, non di meno, da un istante all’altro, ho visto il mio telefono, un rettangolo talismano capace di qualsiasi cosa luminosa e oscura, tramutarsi in pistola. Ero per strada. Compere natalizie. La stessa cosa stava accadendo a tutti gli umani da cui ero circondato nel flusso del momento, sotto la luce intermittente delle feste nelle città. Bianco, led, vermiglio, alabastro, verde smeraldo acceso e di nuovo giallo diffuso. E sotto, centinaia di telefoni all’improvviso trasformati in rivoltelle. Un salto all’indietro. Spari. Urla. Auto che frenano senza preavviso e sbandano contro le auto davanti a loro. Oggetti che saltano dalle mani, come insetti trovati in una tasca. Ci sono cumuli di polvere che si fanno passare per «paesaggio».

Mi è tornato in mente un altro numero telefonico, forse c’entra con quel che è successo e la ragione per cui sono qui perduto in un pezzo di terra che non conosco. Vado avanti. Cammino un po’, non ricordo come si dice quando fai un pezzo di strada, mi viene soltanto la parola «vetri». Notte. Ho fatto pochi vetri. Ho fatto quattro vetri in avanti. L’armadio misura tre vetri. Ma che cosa significa vetro? Ho brividi. Il sole atomico è ancora alto. Sento una strana pinza soffusa nello stomaco e nella bassa gola, dove sta tutto il coro interno: forse mangiare? Ci sono fili d’erba, questi li riconosco. Posso mangiare fili d’erba? Ci provo. Vomito. Non vomito, solo un’intimazione di pagamento del vomito. Un sussulto. Non si mangiano. Altri pochi vetri. Il pavimento potrebbe scricchiolare. Il pavimento è terra. Pietre. Sassi. Sono perduto da qualche parte, e non so molto di più.

Ci sono rumori molto lontani, anche se tutto questo ha l’aria di essere un lisergo come il lisergo del Gobi, mi ricordo, o come il lisergo del Sahara, mi ricordo, o come il lisergo del Sahel. Ora so che cos’è la fame, anche se qui fa più freddo, non è calore come quello che associo alle lontane sensazioni forse di quando ero bambino e andavo in un posto di preghiera, con mia madre, e lì si raccoglievano offerte per bambini dalla pelle nera molto diversi da me, e la frase che ricordo è il nome del luogo in cui vivevano, o morivano sarebbe meglio dire, questi bambini: il Sahel. Un’aspirazione. Vado avanti ma sento le gambe che colano qualcosa, mi tiro su i pantaloni, e sono piene di ferite, scatta sangue, stilla sangue, ma chi mi ha potuto dare questi draghi, questi graffi, non questi draghi? Chi mi ha ridotto così? Chi mi ha portato qui?

Ricordo. Prima di perdere conoscenza, prima di perdere tutto, ero in una strada, su una via, a piedi, e davanti a me c’era una bambina, avrà avuto sei o sette anni.

Scivolava sul suo monopattino lungo il marciapiede, quel segmento che separa l’area calpestabile dall’area dove sostano o parcheggiano le auto.

La bambina ansimava un po’. Guardava davanti. Guardava a lato. Guardava un’auto. Sull’auto, suo padre, il finestrino abbassato, che gridava FORZA, rammollita forza, ancora, AVANTI, ma che fai, scema, STOP. Poi ancora STOOP. Con tante O ancorate all’oro dell’urlo, quel frammento di voce in gola che se fosse una miniera da scavare diventeresti ricco.

Ricordo all’improvviso, mentre cammino fra le pietre di questa terra incapace di farsi leggere, o come vorrei si facesse leggere. Come vorrei che la geografia fosse davvero una grafia. Che il mondo fosse davvero come un libro. Ecco. Ricordo come una risata nel teatro dei suoni della mente, che di mestiere facevo il contrario di un mestiere pericoloso: vendevo libri rari a persone malate di libri rari. E adesso sono qui, perduto da qualche parte, disossato dalla civiltà di righe e immagini e piccole finestre cui sono abituato. Perché sono finito qui? Questo non lo ricordo.

Che strano. Che strazio. Spuntano come armi tra le braccia di una popolazione in rivolta, questi frammenti di com’è andata, di come sono finito qui. Eppure non sono morto. Sono fiero. Sono ferito. Cammino. A mio modo mi sento bene. Ci saranno venti gradi, il mio orologio non sbaglia ora di molto, perché le nuvole filtrano il sole del pomeriggio e probabilmente non è così lontano dalle cinque del pomeriggio.

Ma era inverno. Era un pianeta irritabile. Qui fa caldo. Il pianeta s’è irritato.

Gianluigi Ricuperati

Gianluigi Ricuperati è scrittore, saggista e curatore. Ha pubblicato quattro romanzi, cinque saggi e curato diversi cataloghi in Italia e all’estero. Tra i suoi editori, Feltrinelli e Gallimard. Ha diretto Domus Academy. È curatore del padiglione ucraino alla XXIII Triennale di Milano. Dirige la rivista internazionale e agenzia «Nova Express». Di prossima uscita, presso Marsilio, il libro A cosa serve l’arte scritto insieme a Hans Ulrich Obrist.